De Magistris osservi le elementari regole della “democrazia partecipata”

Uno dei luoghi comuni di Napoli riguarda la sua porosità, la capacità cioè di essere refrattaria a qualsivoglia cambiamento: “Napoli non cambierà mai” è la conclusione stereotipata, amara e scontata delle attese andate deluse. Ma a guardar bene non è così.
Il forestiero che giungeva a Napoli rimaneva colpito dalla bellezza abbagliante del paesaggio, dalla mitezza del clima, dai palazzi onusti di storia, dallo splendore delle opere d’arte e, soprattutto, dal rumore proveniente dai vicoli, dalle piazze, dal porto, dal mare, dalla corona di verdi colline che la circondava.
Una polifonia antica e mediterranea: le cantilene degli ambulanti, lo sferragliare dei tram, il frastuono delle carrozzelle, le cadenzate note del rituale del lavoro delle botteghe artigiane ed il vociare della folla. La Napoli delle lotte operaie di Pietro Casilli e Aurelio Padovani. La Regina del Mediterraneo. Emozioni che oggi possono essere rivissute soltanto attraverso la lettura delle ricche bibliografie di White, Fucini, Villari, Serao, Scarfoglio e di tantissimi altri pregevoli autori contemporanei.

Se il paesaggio, nei suoi aspetti salienti, è rimasto inalterato, la trama urbana però si è infittita e stratificata sino ad incidere profondamente, sino ai limiti della tollerabilità, sulla qualità della vita. Lo stesso decantato clima sembra aver perso la dolcezza delle stagioni intermedie. Le architetture storiche, semi-sommerse da un mare di spazzatura edilizia e sfregiate da un degrado inarrestabile, stentano a farsi riconoscere. Anche il rumore assordante si è ridotto ad un timido brusio. Le vociferazioni han preso il posto alle rivendicazioni. La città non reagisce più alle offese prodotte dal sistema politico dominante.

Lo stesso Gerardo Mazziotti, incrollabile difensore del buon senso, dei diritti e della storia di Napoli, sembra essere stato preso dallo sconforto: «speravo che dopo 18 anni di strapotere bassoliniano e iervoliniano (e anche di palmiano, perchè no) qualcosa sarebbe cambiato; in meglio, ovviamente; ma constato, con molta amarezza, che de Magistris non è diverso da Bassolino; per cui sono inutili gli articoli del mio amico Paolo Macry, come lo sono i miei e quelli di Ernesto Mazzetti, di Gino Labruna, di Gerardo Ragone, di Biagio de Giovanni...e di altri che non cito per esigenza di spazio ed è inutile (nel senso che non produce effetti) la pur lodevole azione critica di npac; de Magistris continuerà a fare quel che gli pare e piace per altri quattro anni senza che nessuno riesca a frenarlo; talché rinuncio a occuparmi delle vicende cittadine, mi dimetto da napoletano».

Altro che città immutabile. Napoli è cambiata intimamente ed in peggio. Agli antichi mali ne ha aggiunti di nuovi. Tra questi – che poi tanto nuovo non è - è riapparso l’autoritarismo travestito da “decisionismo”. Non si tratta, per fortuna dei napoletani, della monocrazia littoria che, in pochi anni, determinò nel tessuto urbano profonde mutazioni con le bonifiche urbanistiche di Chiaja, Fuorigrotta e del Rione Carità, con la costruzione dei grandi ospedali XXIII Marzo (Cardarelli) e Principe di Piemonte (Monaldi), con la realizzazione di numerose scuole e nuove arterie stradali. Di quel regime che intese dare a Napoli un respiro mediterraneo con la costruzione dell’Esposizione Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare (Mostra d’Oltremare) e con l’ammodernamento del Porto di Napoli. No, nulla di tutto questo. Del resto quando le tragedie della storia si ripropongono spesso si tramutano in farsa. E di una farsa si tratta.

Il sindaco “decisionista” ha, infatti, dato ampia prova delle sue capacità manageriali precludendo ampie zone della città al traffico automobilistico – cosa in sé non riprovevole – senza tuttavia preoccuparsi minimamente dei disagi arrecati ai cittadini in termini di mobilità ed economia e investendo notevoli fondi in una manifestazione velica i cui effetti taumaturgici sul sistema produttivo ed economico della città sono ancora ben lungi dal manifestarsi.

Ed è proprio il consenso bulgaro delle istituzioni ottenuto da de Magistris per la ZTL e, ancor più, per la manifestazione velica, ad alimentare l’avvilimento di ampie fasce del mondo accademico e culturale, del volontariato e di semplici cittadini. Il silenzio del sovrintendente Gizzi sull’avvenuta rottamazione della mensola apicale della Cassa armonica di Enrico Alvino, la violazione dei vincoli di tutela del lungomare ed il totale disinteresse dimostrato dalla magistratura ordinaria e da quella contabile riguardo ai misteri contrattuali dell’America’s cup costituiscono un brutto segnale. Canis canem non est? In altre parole, la presenza di magistrati nell’amministrazione comunale sembrerebbe metterla a riparo dalla penetrante attenzione della locale Procura della Repubblica.

La legge, val la pena di ricordarlo, è uguale per tutti, anche se – come dimostrano le evidenze - uguali non siamo, a causa di una serie di suggestioni umane. Impressioni che, se riferite all’amministrazione de Magistris, sarebbero oltremodo irritanti dal momento che questa aveva fatto della Legalità, Trasparenza e Democrazia partecipata i pilastri del nuovo modo di governare. E’ giunto il momento di dimostrare con i fatti le dichiarazioni di principio: si pubblicizzi il contratto con l’ACN, il bilancio a consuntivo della Vuitton Cup, si ripristino le condizioni “tutelate da vincoli” ante regata del lungomare di via Caracciolo. E soprattutto che il Consiglio Comunale – proprio per dare un senso reale e compiuto alla “democrazia partecipata” - sia coinvolto nelle scelte strategiche nei tempi e nelle forme previste da leggi e regolamenti.
Lidio Aramu