Chi non ricorda i Promessi Sposi, la peste di Milano, la caccia all'untore. La folla aizzata contro innocenti accusati di spennellare pestiferi intrugli sulle porte e lungo le strade di Milano…
L’esecrato incendio di “Città della Scienza”, dopo aver suscitato inizialmente le indignate reazioni dei napoletani, ha lasciato ben presto la scena, per evidenti implicazioni di carattere sociale ed economico, al crollo parziale dell’ottocentesco edificio della Riviera di Chiaja. La magistratura è al lavoro, ma ad alcuni non piace l’attesa e capita quindi che, sulle ragioni degli sfollati e dei senza lavoro, s’innesti la teoria poliritmica dei tam-tam del web.
Così mentre gli inquirenti sono alla ricerca delle ragioni e dei responsabili del crollo, una parte della pubblica opinione ha già individuato il colpevole nell’Ansaldo trasporti. E qualsiasi anomalia si noti nell’area interessata dai lavori della Linea 6 è utilizzata per rafforzare il giudizio di colpevolezza emesso nei confronti dell’azienda statale.
L’ultimo degli indizi della reità dell’Ansaldo è stato individuato dalla folla “manzoniana” nell’abbattimento di trentuno alberi della Villa comunale. Risoluzione adottata per il pessimo stato fitosanitario di fusti e ramificazioni aggredite da neoplasie e carie batteriche. Ma i cacciatori di untori sono convinti che il deperimento del verde sia piuttosto un effetto collaterale del tunnel sotterraneo costruito a ridosso dello storico giardino. Una diga che in pratica avrebbe alterato gli equilibri e la dinamica dei flussi idraulici del sottosuolo. Una teoria verosimile ma non ancora scientificamente provata.
Indubbiamente l’Ansaldo avrà le sue responsabilità e, se accertate, dovrà darne conto. Così come dovranno darne conto il Comune e, soprattutto, la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici, autorità preposta alla salvaguardia dei beni culturali e monumentali.
In questa sede non c’interessano le ragioni di una polemica che appare palesemente strumentale, quanto comprendere le cause che hanno portato all’attuale inaccettabile stato del verde e dei monumenti della Villa Comunale.
Precisato che, come gli umani, anche le piante nascono crescono e muoiono per malattia o per causa naturale (fine ciclo vegetativo), è doveroso prendere atto che le cronache di questi ultimi quindici anni, non registrano né veementi proteste, né indignazioni corali di napoletani adirati per l’eliminazione di circa 500 alberi senescenti o attaccati da parassiti (il solo attacco del Punteruolo rosso ha determinato l’abbattimento di circa 70 palme di alto fusto).
La decadenza del parco cittadino non coincide con l’inizio dei lavori della Linea 6, bensì prende le mosse sul finire dell’Ottocento, quando si decise di infittire le sue alberature per renderlo maggiormente ombroso e accogliente.
La frescura indubbiamente aumentò ma le condizioni ambientali per la vita degli alberi finirono con l’essere fortemente compromesse. L’alta densità di piantagione, infatti, scatenò un’immediata competizione per la conquista della luce vitale. L’inevitabile fuga delle piante verso l’alto favorì la formazione di soggetti deboli nella struttura e squilibrati nelle forme e l’approfondimento delle radici in un terreno di colmata, poco spesso e a diretto contatto con la falda marina altamente tossica.
Non a caso, infatti, i danni maggiori al patrimonio arboreo della Villa Comunale – da sempre – si riscontrano nei settori che fiancheggiano Via Caracciolo, ove interagiscono i fenomeni di capillarità salina, la nebulizzazione delle acque marine prodotta dall’infrangersi delle onde contro la murata di Alvino, e l’inquinamento atmosferico determinato dai gas di scarico delle auto e dalle polveri carboniose.
Ai deleteri effetti dell’inquinamento chimico-fisico dell’aria e dell’alterazione dei fattori ambientali, purtroppo si sommano quelli altrettanto perniciosi delle attività antropiche.
Il sottosuolo della Villa comunale è, infatti, solcato senza alcuna ratio da una fitta rete di sottoservizi Enel, Arin, Tim, Rai. La realizzazione di tale intricato labirinto ha comportato sensibili mutilazioni agli apparati radicali nella fase di scavo e insormontabili barriere alla loro naturale espansione con la costruzione dei cunicoli entro cui corrono i cavi. Opere che, progressivamente nel tempo, hanno inciso negativamente su qualità e durata del ciclo vitale delle piante.
Tra i fattori degradanti, infine, occorre annoverare le ferite inferte alle piante dai vandali. Sui tessuti danneggiati, infatti, s’innestano lenti ma inarrestabili processi degenerativi del legno per opera di funghi e/o batteri ai quali spesso si accompagna l’azione demolente dei coleotteri xilofagi.
E’ ancora vivo il ricordo di giostre e baracconi saldamente ancorati ai tronchi dei lecci secolari con staffe di ferro, perni passanti e chiodi da crocefissione. Mentre tra rami e chiome si snodavano i binari su cui sfrecciavano i gioiosi vagoncini dell’ottovolante.
Gli agronomi ed i loro collaboratori del Servizio giardini hanno responsabilmente rivolto le scarse risorse disponibili alla tutela dell’esistente garantendo le fondamentali pratiche agronomiche e alla sostituzione lungo la fascia “marina” delle piante morte con specie botaniche più resistenti al clima ed ai venti salmastri: le Jacaranda lungo viale Dorhn, Fitolacche e Ficus. Un impegno qualificato, tenace, commendevole ma certamente non risolutivo. La tutela del patrimonio verde è questione molto complessa ed è soprattutto un problema d’indirizzo politico.
Soltanto la politica potrà, infatti, restituire a Napoli, con un radicale ed urgente progetto di restauro, un giardino pubblico di caratura europea, un ragguardevole frammento della memoria storica della città. Un’amministrazione comunale che vuole fare del turismo il punto di forza dell’economia sociale della terza città d’Italia, non può consentirsi però, così come ha fatto col bilancio di quest’anno, di stanziare per i parchi e giardini della città la risibile cifra di 240 mila euro contro i 6 milioni di euro richiesti dal Servizio Qualità Spazio Urbano per far fronte alle esigenze correnti della gestione e dell’incremento del verde urbano.
Lidio Aramu
Villa Comunale meno verde: saranno abbattuti 31 alberi - Repubblica
