Napoli come Danzica

Napoli non smette di sorprendere. E lo fa nei modi che le sono più abituali con l’incuria che sfregia deliziosi angoli di architettura liberty, con le scalinate che s’inerpicano lungo i suoi fianchi svelando agli sguardi incantevoli tratti paesaggistici, con le oasi barocche, gli svettanti obelischi marmorei, il degrado degli storici palazzi del Centro storico. E stupisce per la mancanza di una reazione all’immobilismo degradante che, come una malefica metastasi, s’infiltra in tutti i gangli del tessuto sociale; per la sua familiarità coi santi ai quali si rivolge come ad un familiare affinché risolva i problemi del vivere quotidiano e della città che una classe dirigente inadeguata non riesce ad eliminare; per la capacità di sublimare le sue angosce spingendole in un altrove. Cosicché le incancrenite piaghe che la tormentano sembrano essersi d’incanto cicatrizzate. Persino i tambureggianti cortei dei senza lavoro non si snodano più lungo l’itinerario di quella che da tempo è diventata una sterile via crucis.
L’unico nodo gordiano che solitario si oppone al fluire sempiterno dell’indifferenza sociale sembra essere rimasto il diaframma arancione della Caracciolo “libberata”.


Da poco più di un anno, infatti, il nastro d’asfalto che costeggia (e ne fa parte) di uno dei più noti luoghi di Napoli, ha assunto la funzione di cartina al tornasole degli umori della città. E, di recente, con l’intransitabilità della Riviera di Chiaja per il crollo parziale di un edificio, è diventato una sorta di Danzica. Un’occasione per la quale val bene la pena di scatenare una guerra. Almeno per i napoletani della collina di Posillipo, di fatto, isolati dal centro città è così.

Nel frattempo gran parte dei napoletani – forse - continua ad interrogarsi sull’opportunità di morire per Danzica/Via Caracciolo, un agguerrito campione di cittadinanza continua a far leva sui nervi scoperti di alcune comunità duramente provate dalle drammatiche circostanze, con la speranza che possa divampare ovunque quella che ancora appare come una guerra dell’occidente borghese contro il divieto di circolazione delle auto.

De Magistris è perfettamente conscio che Napoli non ha un’identità di società. La città è un insieme di svariati interessi, non di rado in antitesi tra loro, espressioni di un individualismo servile, sempre pronto a delegare ad altri il proprio futuro, sempre alla ricerca di una protezione.

Con l’intento di evitare il rischio di saldatura degli interessi della borghesia posillipina con quelli del proletariato della Torretta, il sindaco ha reso noto agli sfollati di Chiaja il crono programma per la messa in sicurezza degli edifici a rischio. Interventi posti in essere dall’Ansaldo trasporti. Ma, soprattutto, ha elencato le agevolazioni concesse (protezionismo) consistenti nell’esonero dal pagamento dell’Imu, della Tarsu, della Cosap e dell’Abc per i danneggiati dal crollo, che renderanno più corposo l’attuale pacchetto d’interventi solidaristici (albergo, lavanderia, vitto, trasporto scolastico). Infine, con una geniale trovata, il sindaco ha annunciato l’apertura per opera del Comune di un conto corrente per fornire un sostegno alle attività economiche messe in ginocchio dal crollo della Riviera di Chiaja. Un modo per concretare una solidarietà molto spesso solo gridata e, al tempo stesso, per mettere fuori gioco qualsiasi strumentalizzazione del disagio.

Sul fronte delle Ztl purtroppo non si registra alcun passo avanti. Gli interventi di riduzione del traffico automobilistico, pur spazialmente limitati, sono svincolati da coraggiose iniziative per potenziare e privilegiare il trasporto pubblico. L’intollerabile carenza di mezzi di trasporto, infatti, in una realtà urbanistica non facile come quella di Napoli, provoca la congestione nelle zone immediatamente adiacenti il Centro.

Un piano del traffico efficace è pura astrazione se non discende da un piano regolatore generale che eviti il concentramento delle funzioni terziarie e direzionali nei centri storici e localizzi le residenze, gli impianti produttivi e infrastrutture secondo gli interessi generali anziché quelli della speculazione immobiliare sulle aree edificabili. Ed è proprio la mancanza di coraggio ad inchiodare il sindaco, con un’ostinazione ai più sempre meno comprensibile, sull’indifendibile trincea della chiusura della Caracciolo. E’ ancora una volta l’immobilismo a prevalere. Se il sindaco resiste ad oltranza, le altre istituzioni cittadine – Soprintendenza, Magistratura, Prefettura – latitano. Basta prendere a campione il quadrilatero della Villa comunale per verificarlo. Non c’è monumento del giardino storico che non sia stato vandalizzato. Lo stesso territorio dello storico giardino ha subito ampi rimaneggiamenti senza che nessuno degli organi preposti alla sua tutela abbia mosso un dito. La mutazione ed il concentramento dei flussi veicolari sta determinando gravi e pericolose concentrazioni di polveri e di elementi volatili inquinanti ma di centraline per il rilevamento della qualità dell’aria lungo quello che fu il Corso Maria Teresa d’Austria (Corso Vittorio Emanuele) neanche l’ombra. E che dire dei pericoli che il lungo serpentone di latta determina ai tantissimi studenti e scolari che affollano le scuole disseminate lungo quest’importante asse viario. Anche il Prefetto, pur sollecitato ad intervenire da associazioni di cittadini, sembra distratto da altre emergenze.

Il potere a Napoli, prima ancora che nei partiti e nei potentati economici, è detenuto dalla borghesia delle professioni e dalla borghesia intellettuale. E’ questa borghesia che concede o ritira la delega della gestione della politica. Delega che viene concessa in base agli interessi delle caste e non in funzione di quelli generali della città. Neanche il fautore della “rivoluzione” arancione è sfuggito a questa “legge”.

Il sindaco avrebbe dovuto bloccare l’espansione a macchia d’olio della città ed invece continua a parlare di cementificazione delle aree degli ex poli industriali. Avrebbe dovuto recuperare gli spazi liberi, anche riqualificando ampi tratti di tessuto urbano degradato, per destinarli ai servizi, alle infrastrutture, nuova viabilità, al verde, alle scuole, alle aree pedonali alle attrezzature ricreative e culturali. Sono circa due anni che la città assiste impassibile allo stucchevole braccio di ferro sulla Caracciolo “libberata”, come se questo fosse l’ultimo dei problemi da risolvere.

Morire per Danzica? ebbe una tragica risposta. Sì, come nel ’39, cominciamo a morire per la nostra Danzica. Con la speranza che l’impegno inter-comunitario che sarà richiesto per abbattere questo governo finto rivoluzionario della città, porti alla costruzione di quella identità societaria che manca alla nostra Napoli. In virtù della quale i diritti della gente non saranno più mediati da “protezioni” di sorta e lo stesso popolo tornerà ad essere protagonista del proprio futuro. Non esistono risposte alternative.
Lidio Aramu