La rivoluzione di de Magistris non tocca i beni comuni

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Qualunque sia il punto di osservazione – religioso, filosofico, politico - un bene comune è un’entità fruibile da una collettività, liberamente accessibile ed indispensabile alla vita. L’acqua è il bene comune noto ai più, tuttavia, anche gli ecosistemi - e tra questi quelli urbani (le città) - godono di un buon grado di notorietà in conseguenza degli effetti devastanti prodotti dal delittuoso utilizzo delle risorse ambientali.

Essi per definizione non sono escludibili così come non sono sottraibili e la loro difesa, a Napoli, rappresentava uno dei pilastri fondanti dell’azione politica del sindaco, Luigi de Magistris, e della sua variegata compagine politica. Difesa che sostanzialmente si è concretata con la concessione a risibili costi di Piazza del Plebiscito, per la realizzazione di mega concerti rock e la liberazione dalle auto dell’unico asse di collegamento tra il levante ed il ponente della città. Interventi a forte impatto propagandistico ma di nessuna utilità pubblica. Interventi giustificati fumosamente con ipotetici incrementi di presenze e profitti turistici. In verità in città pochi credono all’efficacia di queste iniziative e tra questi i magistrati della locale Procura della Repubblica che hanno avviato indagini per accertare se siano state rispettate procedure, leggi e regolamenti in materia di concessioni ed appalti pubblici.

Lasciando questi aspetti all’analisi dei procuratori, l’esame dal punto di vista strettamente politico della tutela e valorizzazione dei beni comuni posta in essere dall’amministrazione de Magistris evidenzia una prima ed immediata anomalia. Accade spesso che la gestione pubblica del bene generi benefici ad esclusivo vantaggio di privilegiate élite. I pasdaran arancioni ignorano, infatti, il principio secondo cui se il bene comune è il bene dei più è sacrosanto ed inevitabile che i benefici ricadano sull’intera comunità.   

Per onestà intellettuale va ricordato che gran parte delle determinazioni concernenti la destinazione d’uso del bene comune territorio sono state assunte dalle precedenti compagini amministrative. Allo stesso modo però occorre rimarcare che il nuovo sindaco arancione nulla ha fatto di rivoluzionario per imporne una gestione alternativa ispirata da interessi collettivi. Beni comuni, pezzi pregiati della città, continuano purtroppo a finire nelle mani, per un malinteso senso della partecipazione pubblico/privata, di quel capitalismo rapace che de Magistris voleva contrastare e sconfiggere.

L’ex area industriale orientale andava trasformata in una piattaforma logistica organica al porto sì da ottenere una maggiore competitività dell’infrastruttura ed una positiva ricaduta in termini economici ed occupazionali per l’intera città. Si è preferito invece affidarla ai palazzinari, i quali legittimamente puntano a realizzare il massimo profitto (privato). Una destinazione d’uso che è la negazione in assoluto del concetto di bene comune e di tutto quello che ne consegue e che è stata passivamente accettata da de Magistris.  

Specularmente, ad Occidente - tralasciando in questa sede l’inqualificabile vicenda del “recupero e della bonifica” dei suoli di Bagnoli – la gestione della Mostra d’Oltremare può senz’altro essere considerata la cartina al tornasole, la prova decisiva ed irrefutabile relativa alla reale portata dell’impatto dei dettami rivoluzionari sulle strategie della S.p.A.

La Mostra d’Oltremare è senza alcun dubbio un bene comune. Lo testimoniano la proprietà delle quote azionarie tutte detenute da enti pubblici e nella misura dell’ottanta per cento dal Comune di Napoli. E’ lo stesso Sindaco ad indicare il presidente del Consiglio di amministrazione. Dal secondo dopoguerra in poi, la designazione della carica apicale della Mostra è stata cosa dei partiti. Recentemente, si sono susseguiti Raffaele Cercola (Pds), Nando Morra (Pd), ed infine Andrea Rea (Arancione). Il loro avvicendamento tuttavia non ha prodotto alcuna mutazione significativa nella gestione dell’Oltremare. La mission è, infatti, vincolata dal PUA dell’architetto cileno Marcial Echenique approvato semi-clandestinamente, senza alcun confronto con la città, dalla Giunta Iervolino il 5 agosto 2005. Una destinazione d’uso asfittica, per nulla rispondente agli interessi generali della città, priva com’è di positive ricadute sul reddito sociale e sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Una visione strategica che sostanzialmente mira alla mera sopravvivenza economica della Mostra S.p.A. e determina nei fatti una sotto utilizzazione del suo patrimonio strutturale.

Ed in questo senso si muove il fiume di danaro che proviene dalla Comunità europea: sono stati ristrutturati il Palazzo degli Uffici (privatizzato, di fatto), il ristorante della piscina di Carlo Cocchia, il padiglione di Fernando Chiaromonte (ex I.S.E.F.), il Teatrino di piccoli. Ciò nonostante le condizioni in cui versa la Mostra – come continua a denunziare con rara determinazione il prof. Gerardo Mazziotti – sono a dir poco vergognose. L’ex padiglione dell’Albania, nel cui salone potrebbero ancora ritrovarsi, al di sotto delle tinteggiature delle pareti, gli affreschi di Gianni Vagnetti e Primo Conti, gli ex padiglioni della Mostra della Civiltà Cristiana in Africa, delle isole dell’Egeo e della Libia continuano inesorabilmente a degradare.

Non ancora scemati gli echi della trionfale privatizzazione del Palazzo degli Uffici della Mostra d’Oltremare, nel Cubo d’oro, indetto dall’associazione culturale “Napoli creativa”, sono stati esposti i 18 progetti partecipanti al concorso “La Convivialità urbana”. Un concorso in cui non è chiaro il ruolo – se ne hanno avuto uno - svolto dal consiglio di amministrazione e dalla Giunta comunale.

Il tema del concorso non è nuovo. La ricerca di nuove destinazioni che consentano un uso continuativo degli spazi e delle strutture del complesso funzionale dell’Oltremare a partire dalla trasformazione dell’ex istituto d’arte in un albergo (il secondo…). E per indorare la pillola dell’ennesima privatizzazione si torna a recitare la stucchevole, ventennale, tiritera della pubblica fruizione dell’immenso polmone verde e su una non meglio precisata ‟Mediterranean way of life”.

La verità vera è che ancora una volta – se questo concorso, al di là dell’accademia, potrà mai avere degli effetti concreti – la politica, nell’accezione più alta e nobile del termine, è totalmente assente. La funzione unitaria – che è quella che in realtà manca – da assegnare al complesso polifunzionale dovrebbe essere individuata nell’interesse generale della città dall’amministrazione comunale dopo un approfondito dibattito con le forze culturali e politiche cittadine.

Quella che si riscontra tra le pareti del Cubo d’oro invece altro non è, e non poteva essere diversamente, che una reinterpretazione in termini minimalisti dell’attuale utilizzo del complesso strutturale. Eppure sarebbe bastato alzare lo sguardo verso l’alto per dare al concorso un respiro più ampio. Guardando, infatti, i due affreschi contrapposti di Giovanni Brancaccio, andando ben oltre la rappresentazione pittorica, riaffiora prepotentemente la missione oltremarina della città attraverso l’Oltremare.

Altro che mostre, concertini e mercatini. Dall’altra parte del braccio di mare che separa Napoli dalla sponda sud del Mediterraneo vi è un mondo in crescita tumultuosa. Un’area che va assumendo, seppur tra evidenti difficoltà e contraddizioni, sempre più i tratti di uno spazio economico comune da quarta economia mondiale. Napoli potrebbe assumere un ruolo non marginale trasformando la Mostra in un vero e proprio beaubourg nel cuore dei Campi Flegrei e del Mediterraneo. Antonio Parlato, a metà degli Anni ’90, nella sua veste di Sottosegretario al Bilancio ed alla Programmazione Economica, fu il primo a sostenere la necessità di creare l’Agorà del Mediterraneo, un’assemblea permanente essenziale alla conoscenza, alla comprensione ed al rispetto delle reciproche specificità ed in grado di promuovere reale solidarietà, approfondimenti culturali e concrete opportunità per lo sviluppo socio-economico-culturale delle genti mediterranee. Una Mostra d’Oltremare in grado di svolgere funzioni di rappresentanza e mediazione essenziali sia nei processi d’integrazione economici e commerciali, sia in quelli culturali sociali ed umani.

Una rinnovata missione che richiederebbe oltre ai necessari progetti di riqualificazione degli spazi, puntuali analisi economiche e la stipula di accordi di cooperazione tra la Mostra ed i governi degli stati mediterranei. Un progetto forse fuori portata per i pasdaran di Palazzo San Giacomo. Molto meglio per loro una rivoluzionaria ripresentazione della “Fiera della Casa”.

Per rilanciare questo straordinario patrimonio architettonico dalle straordinarie ed inespresse valenze culturali ed economiche occorre una eccezionale mobilitazione della cittadinanza attiva. Una riqualificazione funzionale che deve essere il portato libero, arioso, visibile di un confronto tra uomini di cultura, imprenditori, politici ed accademici non escludibile, non sottraibile.
Lidio Aramu