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da Legno Storto:

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Napoli a pezzi

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TRA UNA PISTA CICLABILE E LA VUITTON CUP, LA CITTA' SI INTERROGA DINANZI AL BARATRO CHE RISCHIA DI INGHIOTTIRLA
E’ accaduto di nuovo. Notte tempo, per cedimenti strutturali, un altro edificio dei quartieri spagnoli è stato sgombrato. Una trentina di famiglie possono accendere ceri di ringraziamento a San Gennaro per lo scampato pericolo. Più volte, da queste colonne, ci siamo occupati dagli immanenti rischi derivanti dall’edilizia in avanzato stato di degrado, localizzata prevalentemente nel centro storico ed in quello antico di Napoli.
Si tratta di manufatti plurisecolari, la cui staticità è resa precaria dalla presenza di cavità del sottosuolo, dai terreni sciolti di natura piroclastica su cui poggiano le fondamenta, dagli effetti degli oltre cento bombardamenti dei liberatori anglo-americani, dalle reti-colabrodo idriche e fognarie, dall’assoluta mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria.

La cosa però sembra che non desti eccessivi interessi se non per gli architetti. Tra le tante prerogative, infatti, la moderna urbanistica, mediando le opposte esigenze della rendita e del pubblico interesse, ha quello di concretare piani e progetti di riqualificazione urbana, di recupero edilizio ed ambientale.

Ad onor del vero, questi non sono mai mancati. Al centro storico ed al cuore antico di Napoli, vuoi per la storia che vi è racchiusa, vuoi perché nonostante tutto, ancora pulsano d’umanità, vuoi, infine, per le particolarità strutturali della trama urbanistica, è stata dedicata un’enorme mole di studi e dibattiti. Idee che però non hanno prodotto apprezzabili risultati. Ritualmente, ad ogni analisi si rinnova l’antica e immobilizzante disputa tra innovatori e conservatori dell’identità territoriale. La contesa, a Napoli può interrompersi solo per effetto della solita, “imprevedibile” tragedia.

La memoria va immediatamente al colera del 1884 e alla madre di tutti i risanamenti urbani: il Risanamento per antonomasia, quello dei quartieri bassi del retro porto. 
Lo sventramento decretato da Depretis lungi dal risolvere gli atavici problemi del sovraffollamento, non solo ricreò in zone morfologicamente residuali, o in zone periferiche, condizioni abitative simili se non peggiori, di quelle che rappresentavano il malessere da risanare. Ma diede il via ad una singolare mitosi.

In quegli stessi anni, mentre si realizzavano le quinte sceniche del “Rettifilo” dietro le quali vennero celate indicibili miserie, la borghesia mercantile ed industriale dava, infatti, inizio all’espansione della città verso occidente, secondo i piani di “ampliamento”. Costruisce nuovi quartieri, privatizza le aree litorali della collina di Posillipo ove saranno costruite le residenze per i ceti più abbienti.

In definitiva, la città viene spaccata in due: la parte ereditata è destinata alle residenze popolari, alle case operaie e agli insediamenti produttivi, mentre l’Occidente è occupato dalle ville delle ricche elites e degli imprenditori di origine europea (inglesi, francesi, svizzeri, tedeschi). Il disegno si completò tra gli anni 50/60 del ‘900 con la totale cementificazione dell’intero versante orientale della collina di Posillipo.

L’esistenza delle due città è ancora percettibile. E come per l’epidemia del 1884 a pagare un alto tributo in termini di vite umane furono i miserabili, lo stesso potrebbe accadere ancora oggi se la Natura decidesse di dare una scrollatina al suolo fissando l’epicentro non nell’Appennino Lucano come nel 1980, ma sul versante campano di quello Irpino.

«Aspettiamo la conclusione dei rilievi tecnici sullo stabile per decidere sulla sistemazione delle famiglie», Tommaso Sodano, vicesindaco ed assessore alle Politiche sociali, con piglio austero ed autorevole dixit. Come se tutto il problema fosse riconducibile alla sola sistemazione alberghiera delle trenta famiglie sfollate e respinte dagli albergatori per la cattiva fama di pagatore che il Comune si è conquistata meritatamente.

Ma come si può continuare ad ignorare lo stillicidio di crolli e dissesti che la città continua a registrare nelle  sue cronache.
A Napoli si tengono ripetutamente convegni sui fattori di rischio derivanti dalla presenza di tre caldere magmatiche che cingono d’assedio il capoluogo campano. Ma nessuno si preoccupa di mobilitare la città per imporre all’attenzione del governo nazionale e di quello sovranazionale dell’UE quella che è una vera e propria emergenza dagli impensabili e drammatici risvolti.

In verità non tutti tacciono. Bisogna dare atto alla prestigiosa categoria degli architetti di aver sollevato più volte il problema. Uno per tutti, il professore Aldo Loris Rossi. Da tempo, da troppo tempo, il geniale urbanista va predicando, come colui che grida nel deserto, la necessità di avviare un urgente piano di “rottamazione” degli edifici “decomposti e male odoranti”. Eppure nei vari governi della città, con responsabilità di alto livello, si sono avvicendati tanti docenti della Facoltà di Architettura. Anche nell’attuale figurano due architetti di spicco che ricoprono rispettivamente gli autorevoli ruoli di assessore all’Urbanistica e alle Politiche Urbane.

E’ mai possibile che neanche loro sentano l’urgenza di orientare impegno e risorse dell’amministrazione comunale verso un radicale recupero strutturale dell’edilizia napoletana? Possibile che non riescano a motivarla per ritrovare quell’unità d’intenti inter-istituzionale che ha consentito di portare a Napoli la Vuitton Cup, il World Urban Forum, il Forum delle Culture… Sembra quasi che il varcare la soglia di Palazzo San Giacomo comporti, anche per i soggetti politici ben attrezzati culturalmente, la perdita della memoria. Come è mai possibile che autorevoli espressioni del mondo accademico, quali sono Luigi De Falco e Carmine Piscopo possano obliare criticità fondamentali dell’urbanistica napoletana dal momento che esse sono tra gli argomenti dei loro pregevoli corsi di studio universitari.

Non è possibile credere che tali eccellenze non riescano ad influire su una classe politica mediocre, impegnata essenzialmente dal regno dell’effimero.
Si fa un gran parlare del Grande progetto per il centro antico. Gli interventi che dovevano iniziare a febbraio ancora non si vedono e, comunque, riguarderanno solo pochissimi palazzi nobiliari e chiese.

Occorre subito un grande progetto che sia veramente tale. Un disegno che affronti nella sua complessa globalità la riqualificazione dell’edilizia fatiscente. Uno sforzo enorme in termini progettuali, giuridici e finanziari che in tutta evidenza non può essere prodotto dal solo ente locale. Tuttavia l’amministrazione comunale ha il dovere di farsi promotrice di una vasta e santa alleanza tra imprenditori, politici, uomini di cultura, facoltà universitarie (Architettura, Ingegneria, Sociologia…) e cittadinanza affinché il Governo e la Comunità Europea prendano atto degli enormi rischi a cui sono potenzialmente esposti i napoletani. E che, soprattutto, rendano disponibili i fondi indispensabili a ridisegnare e riqualificare ampie porzioni del tessuto urbanistico in funzione di un inderogabile adeguamento dell’edificato alle rinnovate funzioni del territorio, ai canoni di una città umanizzata, ai moderni standard di sicurezza, ai dettami della prevenzione del rischio sismico/vulcanico.

Al momento, la rabbia degli sfollati di via Speranzella si limita alle proteste per la mancata assistenza e alle invettive per i fondi spesi invece per l’America’s cup, le Ztl, il restyling di Mergellina, la pista ciclabile.

Dio non voglia che si verifichi una nuova ed immane tragedia, nessuno potrebbe evitare al signor sindaco di ottenere, per intercessione della giustizia popolare, un posto da protagonista in una delle piazze di Napoli. Magari in Piazza Mercato…
Lidio Aramu

 

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