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Il verde sbiadito della Villa Comunale: come muore il patrimonio arboreo di Napoli

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TRA LOBBIE DELLA METROPOLITANA E “RIVOLUZIONE” ARANCIONE AVANZA LA DESERTIFICAZIONE DELLA VILLA COMUNALE DI NAPOLI
Tra gli indicatori più importanti per valutare la vivibilità di una città troviamo il rapporto tra l’estensione del verde urbano pubblico ed il numero degli abitanti. Nella speciale graduatoria stilata da Legambiente, Napoli occupa posizioni di fondo classifica per la salubrità dell’aria, per la scadente qualità dei trasporti pubblici, per le pochissime isole pedonali e per l’esiguità del verde urbano.

La città di Napoli, infatti, presenta un indice di 2,7 mq di verde urbano ad abitante. Un dato già in sé inquietante. Se poi si riflette sul fatto che a determinare tale risultato concorra il verde borbonico – parco di Capodimonte, una grandissima distesa verde di 134 ettari; la Villa comunale voluta da Ferdinando IV e realizzata in tempi successivi da Carlo Vanvitelli e Stefano Gasse; la Villa Floridiana realizzata per la moglie morganatica di Ferdinando IV, Lucia Migliaccio duchessa di Floridia, dal direttore dell'Orto Botanico Friedrich Dehnhardt e dall’architetto Antonio Nicolini; il Real Orto Botanico con i suoi dodici ettari sui quali fan mostra di sé 25.000 esemplari di piante di ogni genere; la Riserva di Caccia degli Astroni, un tipico cratere dei Campi Flegrei totalmente ricoperto dal bosco – ed il verde littorio – Parco delle rimembranze dei caduti in guerra; la Mostra d’Oltremare – il dato diventa perfino  preoccupante.

Lo stato di conservazione del verde urbano, infatti, non è sempre ottimale. In qualche caso, come per la Villa Comunale, il degrado è così pronunciato da porre in predicato la stessa esistenza dello storico giardino.
E’ noto, infatti, che gran parte del decadimento del patrimonio arboreo della Villa è dovuto sostanzialmente a due fattori “storici”, al passaggio dei sottoservizi e alle piogge ed all’aria satura di metalli pesanti e di radicali acidi.

Tuttavia non tutti conoscono che, oltre al Punteruolo rosso, il quale continua a far strame delle palme, la costruzione delle gallerie per l’inutile Linea 6 e delle stazioni di Arco Mirelli e San Pasquale, retaggio della corrotta prima repubblica, ha alterato traumaticamente il decorso  ordinario del ciclo delle acque.
L’equilibrio naturale fra le acque sotterranee in rapporto con il mare è stato, infatti, stravolto dal diaframma in cemento armato che oramai corre lungo la Riviera di Chiaja e che impedisce alle acque dolci discendenti dalla parte alta della città di defluire verso il mare e di tamponare la salinità proveniente dall’acqua marina.

La soluzione nutritiva circolante quindi, la parte liquida del terreno, composta dall’acqua e dai sali minerali in essa disciolti si altera per l’azione di una sorta di osmosi. Dal mare, infatti, gli elementi chimici si diffondono nella soluzione circolante della villa. La loro concentrazione è elevata ed è aggravata dall’evaporazione dell’acqua. Pertanto, gli alberi devono adattarsi per sopravvivere in difficili condizioni. E non tutti ci riescono. Nessuna sostanza nociva condiziona la crescita delle piante più di quanto non sia in grado di fare il sale, il quale determinando fenomeni di stress, rappresenta una crescente e costante minaccia per il patrimonio arboreo della Villa comunale e per la possibilità stessa di ripiantare con successo nuove alberature laddove queste, per il precoce invecchiamento, sono state eliminate. L’intrusione salina è il primo gradino della desertificazione dei terreni costieri. Ed è, nel nostro caso, frutto dell’opera irrispettosa dell’uomo, che per inconfessabili ragioni ha spezzato l’equilibrio armonioso di una Natura generosa che ha regalato a Napoli uno dei suoi luoghi simbolo più noto al mondo.

Un luogo - il tratto di via Caracciolo/Villa comunale - oggi asservito agli interessi della potente lobbie della metropolitana e alla libido elettorale del sindaco de Magistris.
Con la stessa facilità, quasi che si trattasse di un’anonima area di periferia, all’Ansaldo è stato concesso di aprire all’interno dello storico giardino ben due cantieri per la costruzione di altrettante “cave di ventilazione” lungo il lato Riviera di Chiaja. Cantieri che alla fine della loro attività lasceranno sul suolo due enormi grate che altereranno irreversibilmente la vista e le dimensioni della Villa comunale.

Anche il mare guardato dalla dorsale della villa, non è più lo stesso. La presenza di indecorose bancarelle e dei loro vergognosi retrobottega, alle quali l’amministrazione comunale consente di stazionare lungo quella che fu la via Caracciolo e le attrezzature “temporanee” per gli eventi organizzati dagli arancioni ne hanno, infatti, alterata la visuale. Eventi che, lungi dal produrre effetti economici positivi, hanno inciso profonde ferite sul patrimonio monumentale presente in questo tratto stradale: la Cassa Armonica di Enrico Alvino e l’area monumentale “Armando Diaz”. Entrambi orribilmente sfregiati nell’elegante armonia delle strutture.

E tutto questo, secondo l’ineffabile amministrazione, rappresenterebbe una liberazione: il “lungomare libberato”. Tranne che a Napoli, nel resto del mondo civilizzato la distruzione del paesaggio e dei monumenti viene, ancora oggi, comunemente definito atto vandalico. 
Lidio Aramu

 

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